Tindaro Gianno
IL SOGNATORE
IL SOGNATORE
Il sogno di Tindaro
“Mia moglie è stata indispensabile in questo mio percorso di malattia. Mia moglie non ha sottovalutato la mia stanchezza, la mia tossettina. Poteva sembrare altro, ma mi ha spinto ad andare a fare gli accertamenti necessari”.
“Ci siamo conosciuti nel ‘75 e sposati nel ‘78, abbiamo avuto due figli, subito. Chiara è nata nel ‘79 e Giuseppe nel 1981.
Tindaro faceva il poliziotto e si è inserito talmente tanto bene a Dorgali che parlava il dorgalese. Era inserito bene nella comunità, faceva anche parte della polisportiva Gonone.
Poi è andato in pensione giovanissimo dalla Polizia e avevamo una società di servizi, che vendeva carte telefoniche e tutte quelle cose lì. Si trovava talmente bene a parlare con la gente, lui amava parlare con tutti, desiderava stare insieme alle altre persone. Era davvero speciale.
Nel 2011, ha cominciato con questa tossettina. Non sapevamo cosa fosse. Lui era convinto si trattasse di reflusso, invece, dopo una broncopolmonite, la sua dottoressa ci ha messo in allarme. Abbiamo fatto degli accertamenti più approfonditi ed è arrivata questa diagnosi che ci ha completamente spiazzato. Non si sapeva ancora niente, o quasi, di questa malattia.
Lui non si è mai arreso, ha cominciato a parlare su Facebook di questa malattia. A Forlì un dottore mi ha detto: ‘I polmoni di suo marito sono come un elastico al sole. Se lei lascia un elastico al sole e poi lo tira, si spezza’. Queste parole mi hanno spiazzato, invece lui non si è mai arreso.
Amava il mare e le passeggiate in montagna, e devo dire che lui è rimasto sempre attivo.
Nel 2020, dopo la tipizzazione, noi siamo rimasti due mesi bloccati a Torino, perché per la pandemia avevano chiuso tutto. Siamo riusciti a tornare in Sardegna e l’hanno chiamato quattro volte per il trapianto, solo la quarta è andata a buon fine, per tre volte siamo andati a Torino ma senza esiti positivi.
Il 18 marzo 2022, riceviamo questa chiamata, ci portano a Torino con un aereo privato. E’ stato un periodo di notti insonni, poi lo hanno operato, e una mattina ho ricevuto la chiamata dall’ospedale: l’operazione non era andata tutta liscia, perché il diaframma non funzionava bene e gli avevano messo solo un polmone, perché, all’epoca, lui aveva già 70 anni.
Aveva una grande voglia di vivere, quindi decise di mettere su un’associazione, perché in Sardegna ce n’era già una, ma non funzionava molto bene. Con Claudia, che un giorno è venuta a casa nostra, hanno dato vita a questo progetto.
Tindaro non si fermava un minuto, ha accolto anche Achille Abbondanza che, con la sua iniziativa solidale ‘Pedalando l’Italia senza perdere un respiro’, è venuto da Cervia a Dorgali in bicicletta.
Abbiamo quattro nipoti. La più piccolina è nata quando lui era in ospedale per il trapianto, oltretutto lei è venuta al mondo a Parma, perché nostro figlio Giuseppe abita lì. Dopo l’operazione, siamo riusciti a raggiungerli e quindi ha conosciuto la nipotina.
In un raro momento di sconforto, Tindaro mi disse: ‘Forse era meglio se morivo durante l’operazione’, ma gli bastava pensare all’incontro con la nipotina per scacciare via ogni brutto pensiero.
Per chiudere, voglio rivolgermi a tutto il direttivo: vi ringrazio tantissimo per tutto l’impegno che ci avete messo e che continuate a metterci per mandare avanti il sogno di Tindaro, ovvero parlare di questa malattia e far sì che medicine e terapie arrivino il più in fretta possibile.
Le medicine che ci sono adesso rallentano e basta, invece bisogna puntare alla guarigione, perché, altrimenti, l’unica chance è il trapianto, che non sempre va a buon fine.
Come diceva sempre Tindaro: ‘Non smettere mai di sognare, solo chi sogna può volare’. Grazie a tutti.”